Bruno Murgia

Deputato del PDL

1) Mio figlio ha 40 di febbre e allora passo il pomeriggio con lui in braccio sintonizzato su Sky e la manifestazione del popolo viola, democratico e giustizialista. Sento Bonelli (uh, che bava alla bocca) e Ferrero, ricordo il biennio tragico prodiano e mi rendo conto che la sinistra è ancora lì. L’unico efficace è Di Pietro. Dice cose orrende ma chiare, musica per le orecchie di quel popolo. Bersani? A rimorchio di tutti.

2)L’affaire Minzolini è ridicolo. Giusto intercettare per scoprire reati ma dare in pasto ai giornali una vergogna per i magistrati che spifferano tutto. In questo caso qual è il reato esattamente? Berlusconi che ce l’ha con Di Pietro e Santoro? Perchè, è una novità? Ottimo il post di Frontpage, il sito di Velardi e Rondolino.

Privatizzare la Rai!

3) Mentana è furbissimo e bravissimo,il migliore: centomila euro per 8 puntate sul web libero da par condicio. Credo che sia l’unico ad aver guadagnato facendo dibattiti su internet. Ma il Corriere non avevo lo straccio di un giovane cronista politico da mandare online?

4)Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del Pdl per la riammissione della lista provinciale nelle regionali del Lazio. Bene, tutti contenti. Rispettate le regole,la democrazia è salva. La sinistra vuole vincere senza che milioni di cittadini possano esprimere una preferenza personale. Se la Bonino avesse detto: fate di tutto per riammettere la lista i toni si sarebbero distesi e la competizione sarebbe stata regolare. Così non è stato a testimonianza del fatto che i radicali non sono più loro e che il Pd vive di carte bollate.

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Giulio Tremonti è sicuro che con la Banca del Sud la ripresa ricomincerà

Confesso che non sono pochi i cittadini che mi chiamano per parlarmi dei loro problemi con le banche. Si tratta normalmente di piccoli imprenditori, gente mediamente con dieci dipendenti (anche meno), con molta passione per il lavoro ma timori continui per la crisi incalzante.

Sono la spina dorsale dell’Italia, il mondo intorno al quale si produce, si crea benessere, si fondano patrimoni e in definitiva si manda avanti la famiglia. La crisi economica li ha messi alle strette: meno investimenti, pochissime assunzioni quando non sono licenziamenti o ricorso alla cassa integrazione o a forme di contratti normalmente a tempo determinato.

Le banche hanno operato una stretta decisa: pochi mutui, tempi infiniti, richiesta di mille garanzie. L’economia così, già lenta e stagnante, si ferma. L’imprenditore si lamenta con la banca. Pensa:se non mi danno i soldi, se non mi mettono nelle condizioni di continuare con gli investimenti e – possibilmente – con l’ innovazione, sono costretto a chiudere , sono costretto a ridimensionare, a tagliare posti e a perdere in ottimismo.

Spesso le banche non ragionano come gli imprenditori, che rischiano. E’ un vecchio problema sentito al Sud e giù da noi, in una Sardegna forse più in crisi di altre regioni, con una economia assisitita per larga parte.

Oggi il governo ha presentato la Banca del Sud. Non sarà un carrozzone, hanno detto Berlusconi e Tremonti. Sarà finanziata da un nucleo di soci privati e lo Stato avrà una partecipazione minoritaria da dismettere entro cinque anni.

Che dire? Se la banca sosterrà concretamente le iniziative imprenditoriali, se offrirà ottimi tassi, se saprà avere vero coraggio e sarà veloce, allora il giudizio non potrà che essere positivo.

Aspettiamo però, vediamo quali effetti produrrà, quando nasceranno i primi sportelli e quale sarà la qualità del lavoro. Ci sono molte banche e il rischio di fare un altro doppione e di riproporre gli stessi errori è alto.

In più al Sud si pone un serio problema di Credibilità dello Stato. Quando lo Stato è assente manca il controllo sul corretto funzionamento delle leggi, sulla loro osservanza. Quando Cosa Nostra cominciò a proliferare lo fece grazie al fatto che c’era una discreta dose di riciclaggio di denaro negli istituti bancari. Fu seguendo quei soldi che Falcone e Borsellino cominciarono a fiutare la presenza di Cosa Nostra, che appena venti anni prima veniva considerata inesistente.

La partecipazione minima dello Stato indica un’ammissione di colpa: lo Stato oggi come oggi non riesce a fare delle cose bene e pertanto lascia fare ai privati, sperando che essi sappiano fare meglio. Come ho detto il terreno del finanziamento alle imprese, specie al Meridione, è molto scivoloso. Ogni volta che mettiamo in campo qualche progetto o lo sosteniamo, dobbiamo sempre ricordarci che lo Stato, seppur minimo, dev’essere credibile.

Uno Stato che si fa troppo vedere è invasivo. Uno Stato assente è uno stato rinunciatario.

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Stamattina sulla 7, dibattito senza politici professionali, una pacchia.

1) Mario Segni sostiene che la migliore politica si fa nelle regioni e nei comuni. Si lancia in un elogio dell’ex governatore Soru. Ha fatto delle cose, ha imposto una visione, poi però ha perso. (Sarebbe giusto ricordare che i suoi Riformatori fantoliani sono nel centrodestra).

2) Annalisa Terranova del Secolo d’Italia (quotidiano vicino a Fini) auspica un cambiamento politico. In sostanza, l’era berlusconiana è finita, ci vogliono coraggio e novità.

Berlusconi fu dato per morto nel 1996. E la Sinistra si autodistrusse credendo di aver vinto per l’eternità. Noi magari abbiamo dato per morta la Sinistra e potremmo ripercorrere la stessa strada lastricata di mattoni. O forse no…

Intanto la campagna elettorale delle regionali è fatta di battaglie all’ultimo voto, come sempre. Il problema è che si usa troppo la televisione e che i partiti sembrano avere una dimensione televisiva, non territoriale, con alcune eccezioni. Molto interessante è lo scontro in Puglia, mentre una vittoria nel Lazio significherebbe molto. Per chiunque.

Enrico Mentana. Sul web non si applica la par condicio...

Sul web Enrico Mentana ospita dibattiti però, superando di slancio la sclerotica imposizione della legge. Ciò che non mi piace della par condicio, oltre alla legge in sè richiesta da Scalfaro, è proprio il comportamento che essa genera e l’assoluta, incredibile degenerazione del dibattito politico. La par condicio porta a credere che la verità dei fatti provenga dalla sommatoria, o dalla sottrazione, delle verità di parte e che se viene espressa un’argomentazione essa non sia valida fino a che non c’è un contraddittorio.

In alcuni casi il contraddittorio è sacrosanto, specie se si fa cronaca giudiziaria, perchè una voce che ripete che fino al terzo grado si è innocenti, non è mai sprecata. Invece per i dibattiti politici è assolutamente ridicolo.

Noi non avremo mai un modello anglosassone. E quello che è peggio è che fatichiamo a uscire dalla dimensione televisiva, con conseguenze nefaste sul piano dell’organizzazione dei partiti. Si è pensato che il PDL potesse essere un partito all’americana, da richiamare per le votazioni, con dei comitati elettorali spontanei, che attirano voti e fanno propaganda. E’ un modello valido: ma in un paese nel quale la politica ha una dimensione si televisiva, ma non certo declinata nel modus vivendi italiano, che vede uno zerbinaggio continuo e un’occupazione partitica della RAI e un’informazione che funziona solo se tiene una posizione politica, meglio se radicale.

In America ci sono i giornali e le tv schierate e non sono rari i casi nei quali vengono pronunciati degli endorsements. Ma il punto è che alla TV non ci si può sottrarre e nemmeno ai media, ed è per questo che le carriere politiche durano meno che in Italia, almeno in termini generici. Da noi l’ossessione per la tv non rende semplice il radicamento finché basterà il tour del leader nazionale per vincere. O sono troppo pigri gli italiani, oppure la politica non conosce più certi canali informativi, in termini positivi, di propaganda. Il rischio è quello di avere un partito forte per le elezioni generali e debole nelle elezioni amministrative. Sarebbe il colmo che perdessimo le regionali con un governo tutto sommato giudicato in modo positivo dagli italiani.

E’ anche a queste cose che dobbiamo pensare per costruire un futuro più certo, per il PDL.

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Mauro Fiore ha vinto l'Oscar per la migliore fotografia con il film Avatar

Mettetela come vi pare, ma a me questo italiano che vince un Oscar e grida “Viva l’Italia!” mi riempie di orgoglio.

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I giudizi degli osservatori si sprecano, i commenti dei retroscenisti ci raccontano di un dissidio ormai insanabile, di nodi da scegliere, mentre la macchina della campagna elettorale va avanti e e si pensa a portare a casa quanti più voti possibili.

Ma ce lo chiedono tutti: che PDL sarà dopo il voto?

Pochi giorni fa Fini ha dichiarato che non gli piace. Ma anche Berlusconi sembra essersi rotto le scatole di un certo tipo di andazzo (“i giochi di potere”, li chiamano) e che alla fine questa imbardatura non fa altro che rallentare il suo cavallo, che era ben lanciato nei sondaggi (oggi tutti in calo) e nei progetti.

Effettivamente la frittata è stata fatta: c’è poco da dire, al di là delle polemiche e delle stupidaggini, viene da pensare che c’è stata una battuta da arresto che non trasmette molta sicurezza. Però non dò per persa la partita, anzi, penso che i candidati del PDL siano tutti in lizza per vincere e che le regioni in bilico sono talmente in bilico che ogni forzatura appare un pretesto per raccattare voti.

Il Piemonte, il Lazio e la Puglia. Sono queste, principalmente, le regioni dove si gioca il destino del PDL. Ma non prendetela in termini di vita o di morte. Se il partito vince, mantenendo l’attuale assetto e senza un impegno concreto di Berlusconi nella campagna elettorale, si potrebbero trarre alcune conseguenze. Invece, se vince con l’impegno diretto di Silvio, soprattutto nelle regioni in bilico… bene, allora chi ha in mente progetti alternativi verrà invitato a spiegarli, a dichiararli, oppure a tirarsi fuori dal progetto principale, che si dimostra vincente.

Se invece ci dovesse essere una sconfitta, ovvero tutte le regioni indecise rimanessero al centrosinistra, bene allora la resa dei conti sarà totale e non si può escludere nulla.

Quello che auspico io non è un sereno confronto, ma un vivace dibattitto sul nostro futuro. Altrimenti avremmo perso un’ottima occasione per migliorare le cose. Intanto portiamo a casa la vittoria però.

UPDATE. In effetti, l’ho visto alla buvette…!

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Bersani segue Di PietroAbbiamo capito che il nuovo corso del Partito democratico di Bersani è in realtà sempre uguale a se stesso: appresso a Di Pietro. Bersani non ha una linea autonoma, è troppo impegnato a non lasciare la piazza all’Italia dei valori, perdendo la capacità di proporre politica in proprio.

Sabato gli esponenti dell’opposizione scenderanno in piazza contro Silvio Berlusconi e un po’ contro Napolitano. Un po’ ma non troppo, chè le idee compiute non fanno parte della strategia del Pd. Sempre a traino di Di Pietro, poi dei radicali, infine di Casini, Bersani fallisce proprio dove si pensava che potesse essere vincente: un grande partito socialdemocratico di vecchio stampo, solido nelle alleanze e chiaro nei ragionamenti. Così non è.

Se avesse il necessario fegato politico, Bersani attaccherebbe Napolitano, reo di aver controfirmato il decreto del governo che favorisce la riammissione delle liste. Napolitano fa un ragionamento che qualsiasi italiano di buon senso farebbe: che elezioni
democratiche sarebbero se i milioni di elettori romani non trovassero
sulla scheda la lista provinciale del Pdl?

I cavilli sono una cosa, il giudizio degli elettori è ciò che conta.
Cioè: se il comportamento del Pdl laziale verrà giudicato insufficiente allora la Polverini verrà punita. Ma dovranno essere le urne a decretarlo, non una specie di dittatorello sudamericano ignorante come Di Pietro, che si porta a spasso il segretario del Pd.

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Renata Polverini

Alla fine il problema delle firme è il minimo. Siccome in una repubblica parlamentare si fa affidamento sulla rappresentanza, io penso che questa debba essere, come si può dire… trasparente. Rendere trasparente il meccanismo della rappresentanza, fin dalle origini, cioè dalla raccolta delle firme, credo sia imperativo.

E allora perchè non semplificare e rendere razionale il tutto? Che senso ha per un partito che siede in parlamento o esprime una giunta regioanle raccogliere firme per certificare la propria esistenza e liceità? Che senso ha tutto questo se poi si presentano, lasciatamelo dire, cani e porci, del tutto non rappresentativi, che inseguono magari un rimborso elettorale?

E’ un gigantesco cane che si morde la coda. Allora, forse sarebbe meglio fare così: che le liste rappresentate nell’organo di rappresentanza che si sta votando non siano più sottoposte all’obbligo della raccolta delle firme (come succede in America) e che questo obbligo, al contrario, investa chi si presenta con un simbolo / lista nuova ovvero non rappresentata nell’organo che si deve eleggere (dalle provinciali in su).

Il fatto è che in questi anni si cambiano talmente tanti nomi e progetti che il cittadino rischia la confusione, ma questa raccolta delle firme, al di là degli autogol di questi giorni, è un fatto anacronistico che scoraggia la trasparenza.

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Robert Parish, the chief. Negli anni '80 è stato il centro dei Boston Celtics

Negli anni ‘80 mi piacevano ma li ascoltavo di nascosto,troppo springsteeniano per ammetterlo. L’altro giorno hanno suonato a Roma e  me li sono persi.

Sono assalito da lunghissime nostalgie, ricordo a memoria i numeri dei giocatori di basket di quegli anni. Kelly Tripucka? Detroit Pistons, numero 7. Michael Cooper? Lakers, numero 21. Isiah Thomas?11! Parish? Facile: 00.

Ho verificato ciò che compro ultimamente da i Tunes. Sono un cultore delle novità, eppure… Ecco una lista, traete voi le conclusioni: New Order, Duran Duran, Neil Young, Prefab Sprout, A-ha,  Bob Mould  (Husker-du), X, Madonna, Stone Roses, James, The The, Orange Juice, Martin Stephenson, Hothouse Flowers, Waterboys.

Ecco invece la roba quasi nuova: Gaslight Anthem, Julian Casablancas, Kooks, Keane, Phoenix. Insomma, una gabbia nostalgica dove forse è bello rifugiarsi… o forse no?

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Santoro è bravo ma l'informazione pubblica in Italia è faziosa

Confesso: non so se essere felice o meno. La commissione di vigilanza Rai ha stabilito che non possono esserci talk show politici nel mese precedente alle elezioni regionali. Non vedremo in tv nessun esponente di partito. Non ci saranno Vespa, Floris e Santoro e tutti gli altri. Non ci saranno chili di non-informazione o informazione manipolata e lottizzata. Non ci sarà Travaglio con Ciancimino, i capigruppo onnipresenti da Vespa, gli economisti di sinistra da Floris con le tabelle alla bisogna.

Un mese di telefilm e documentari, ascolti bassi, più tempo per gli amici e per la famiglia. Non ho alcuna nostalgia dei talk show di informazione. Non mi interessano le ricostruzioni fantasiose, la verità verosimile, i personaggi che nascono da due passaggi in tv. Li vedi alla Camera, due metri da terra, mah. Mi sembra interessante guardare la 7 la mattina presto e scoprire che esistono altri problemi, le crisi internazionali, la cultura, l’ ambiente. Scopri altri giornalisti, scrittori, professori. C’è effettivamente un altro mondo e persino un’altra Italia, meno soffocante, faziosa, incazzata.

(So perfettamente che questa legge sulla par condicio è allucinate. Come è possibile che in campagna elettorale la tv pubblica offra informazione con il contagocce?La scelta della Vigilanza è piuttosto sconcertante ma si inserisce perfettamente nel panorama assurdo che è la nostra informazione  pubblica e privata Ci sono poi i paladini della libertà, vestiti di viola. Alla manifestazione di  via Teulada c’era una tizia che urlava come un’ossessa. E questi invasati che vedono mafiosi ovunque sarebbero i paladini della libertà?  Ma per piacere. Continuo a pensare che la Rai debba essere privatizzata e sottratta ai partiti.)

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Il Fini-pensiero... molti malintesi

Conosco bene l’italiano: Gianfranco Fini ieri a Oristano ha mica detto di essere stanco del Pdl. Il contrario: “il Pdl così com’è non mi piace, ma non ho nostalgia dei vecchi schemi…”. Stamattina invece il Giornale di Feltri titolava: “Fini: il Pdl non mi va più”. Colleghi dai visi straniti, perplessità, tensione. E’ evidente però il senso completamente diverso delle due affermazioni. L’effetto però è questo:confusione, vosi incontrollate, retroscena. Fini vuole fare un altro partito?

Ma quando mai. E’ così, però, che si costruiscono cose che non esistono. Anche il mio amico Fabio Granata (“il matto”, secondo le intercettazioni sull’affaire Tuvixeddu) diventa un pericoloso nemico di Berlusconi. Non tutto ciò che dice Fabio è condivisibile ma se nessuno è libero di pensare al proprio partito come meglio crede che cavolo di grande partito popolare è? Dove è possibile fare dibattito?

Stamattina ho chiesto a Riccardo Migliori, un veterano del Parlamento e di molte battaglie: “Come andrà a finire?”. E lui: “Il bambino piccolo va accompagnato”. Dunque il rischio non è che si sciolga il Pdl ma come costruirlo, come farne una casa trasparente dove ognuno di noi si senta motivato.

Trovo per esempio che la questione delle quote (70 e 30)fuorviante. Con questo meccanismo non sempre abbiamo messo in pista gente di qualità.Dobbiamo scegliere i migliori, dobbiamo costruire partiti sulle idee e sulla gestione corretta e aperta delle cose.

Specie nelle realtà dove siamo al governo, Sardegna ovviamente inclusa. Ieri il Governo ha fatto 4 nuovi sottosegretari: persone rispettabilissime, compresa la Santanchè. Non c’è nessun sardo in più e voi sapete come la questione della rappresentanza sia anche sostanza. In ogni caso per noi non c’è niente.

L’unanimismo non serve. Nei grandi partiti ci sono maggioranze e opposizioni. Ci sono battaglie sulle idee e sui modi di gestire: basta codificarle con regole interne e molti problemi si risolvono.

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